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Storia di Torino


Un breve cenno storico sulla città di Torino La fondazione della città La storia di Torino inizia nel III secolo a.C. quando, lungo le rive del Po, si insediarono le prime tribù dette "taurine", discendenti dalle fusioni di stirpi celtoliguri con popolazioni galliche migrate oltralpe alla ricerca di pianure coltivabili. Nel periodo dell'espansione romana nell'Italia settentrionale l'antico insediamento torinese fu teatro di guerre, rappacificazioni e alleanze con Roma, fino alla fondazione, per decisione di Giulio Cesare, di una vera e propria postazione militare, che doveva essere l'avamposto romano verso le Gallie, al centro delle principali vie di comunicazione dell'epoca verso il mondo transalpino. Alla città venne dato il tradizionale impianto ortogonale delle colonie romane, con isolati quadrati e una struttura muraria quasi quadrata. Presidio di confine e accampamento sotto Augusto, la città venne edificata sull'accampamento romano di Castra Taurinorum, ed in seguito venne dedicata ad Augusto e prese il nome di Augusta Taurinorum (29 - 28 A.C.).

L'avvento dei barbari e la diffusione del cristianesimo Nei primi secoli di vita Augusta Taurinorum prosperò nell'Italia pacificata da Roma. Poi la crisi dell'Impero romano, il conflitto di successione fra Costantino e Massenzio e, alla caduta dell'Impero, il passaggio degli eserciti barbari, arrecarono gravi danni alla città, la cui posizione strategica assumeva ora maggior importanza. I secoli seguenti alla caduta dell'Impero furono durissimi per Torino e il suo territorio: essendo il primo centro urbano importante incontrato dai barbari nei loro spostamenti, fu più volte devastata. Da principio fu assoggettata ai Goti, nel VI secolo d.C. divenne un ducato longobardo e nel 773 fu conquistata dalle truppe dei Franchi di Carlo Magno. In realtà, l'arrivo dei Longobardi aveva portato relativa quiete: Torino fu capitale di uno dei quattro ducati dell'odierno Piemonte e visse un paio di secoli di sufficiente quiete. Poi l'inevitabile scontro tra Longobardi e Franchi ebbe in Torino uno dei suoi terreni di battaglia. Dopo la sconfitta dei Longobardi e l'ascesa dei Franchi la città divenne una contea e sede giudiziaria.

In quel periodo la vita cittadina fu dominata dai monasteri e dalle figure carismatiche dei suoi vescovi, tra i quali Claudio, coinvolto anche in spedizioni contro le incursioni saracene che pochi anni dopo, nel X secolo, avrebbero decretato la rovina della potentissima Abbazia di Novalesa, in val di Susa. Infatti, la crisi dell'Impero coincise con la cristianizzazione del territorio: il primo vescovo di Torino fu S. Massimo, instancabile portatore della parola di Dio nella città ancora pagana; la prima cattedrale, del IV secolo, sorse nei pressi dell'attuale Duomo e scavi recenti ne hanno portato in luce le fondamenta.

Torino libero comune Il X secolo determinò anche una delle trasformazioni più importanti del territorio piemontese e Torino divenne il centro principale della marca ceduta da re Berengario II ai conti di Auriate e comprendente la val di Lanzo, l'Astigiano e la costa compresa tra Finale Ligure e l'odierno Principato di Monaco. L'avvento al marchesato di Adelaide spostò gli interessi della famiglia verso la valle di Susa, facendo proprio di Susa il centro più importante del suo territorio. E lo spostamento degli interessi fu sottolineato dal matrimonio di Adelaide con Oddone di Moriana, appartenente alla dinastia che governava l'altro lato del Moncenisio e che avrebbe poi dato vita ai Savoia.

Mentre i Savoia rafforzavano il loro dominio nei territori tra Francia e Italia, Torino viveva l'ultima stagione di libero Comune raccolto intorno al suo vescovo, massima autorità cittadina, essendo Imperatore e marchesi entità piuttosto lontane. Nei conflitti tra Impero e Papato, che videro coinvolti Federico il Barbarossa e gli Ottoni, Torino si schierò via via con chi le garantiva l'indipendenza dal minaccioso potere dei Savoia e si trovò a subire l'egemonia della più ricca Asti. L'avvento degli Angiò e di Guglielmo VII del Monferrato non impedirono, nel 1280, il temuto passaggio della città ai Savoia: era la fine del libero Comune di Torino.

I Savoia L'annessione della città al territorio sabaudo non mutò per lungo tempo il clima politico torinese: le lotte tra i guelfi (filosabaudi) e i ghibellini (filomonferrini e astigiani) continuarono, determinando, con sconfitte e vittorie, le ascese sociali.

Il potere si manifestava attraverso i principi di Acaia, feudatari piemontesi, e il ramo principale della famiglia, quello dei conti di Savoia, ormai potenti sui due versanti delle Alpi. Il confitto tra questi due poli di potere culminò nel XIV secolo, finché, nel 1418, gli Acaia furono costretti a cedere anche il controllo formale del loro territorio ai potenti cugini Savoia. Per la città non ci fu alcun cambiamento traumatico: da 50 anni infatti gli Acaia non avevano più indipendenza politica.

L'avvento dei Savoia coincise, nel Quattrocento, con la trasformazione di Torino da piccola città, sebbene al centro di uno dei più importanti crocevia dell'Italia occidentale, in città di dimensione regionale. Nel 1404 i Savoia fondarono l'Università e nel corso del secolo trasformarono la città nel polo amministrativo ed economico dei loro domini italiani. Alla fine del secolo Torino contava 10.000 abitanti ed era diventata una delle principali città di un ducato in difficile equilibrio tra i due versanti delle Alpi.

Torino capitale Dopo l'unificazione amministrativa e politica di tutte le province sabaude all'inizio del quindicesimo secolo, i Savoia decisero di assegnare a Torino il ruolo di capitale. In realtà, almeno informalmente, lo era già: gli apparati amministrativo e giudiziario torinese avevano dimensioni molto più importanti di quello attivo nella capitale "formale", Chambery; i duchi, appena saliti al trono entravano a Torino e non a Chambery; e anche per numero di abitanti Torino la superava. Così, nel 1563, dopo il trattato di Cateau-Cambresis, il Duca Testa di Ferro Emanuele Filiberto stabilì di portare la capitale a Torino, motivandola con il pretesto di accorciare il percorso del Cardinale Carlo Borromeo che voleva pregare sulla Sacra Sindone. In realtà, gli ridava il possesso dei suoi domini, al termine della lunga guerra tra Francia e Spagna: aveva quindi radici antiche. Torino, al di quà delle Alpi, era meno esposta di Chambery agli attacchi della Francia, e rispondeva meglio all'intenzione di Emanuele Filiberto di spostare verso l'Italia gli interessi della dinastia.

Così, Torino fu radicalmente trasformata nel giro di pochi anni: con Emanuele Filiberto fu immediatamente dotata di una modernissima cittadella, progettata da Francesco Paciotto (poi distrutta a metà ottocento e di cui oggi rimane solo il Mastio, sede del Museo di artiglieria (COLLEGAMENTO MUSEI) e vi venne anche trasferita la sede del potere ducale (negli anni precedenti la sede di chi esercitava il potere era sempre stata l'attuale Palazzo Madama; con lui la corte si trasferì nel Palazzo del Vescovo, che doveva ospitarla solo temporaneamente e che invece fu col tempo trasformato nell'attuale Palazzo Reale). Con suo figlio Carlo Emanuele I presero il via le trasformazoni urbanistiche: sotto il suo regno fu realizzato il primo ampiamento cittadino, trasformando anche il centro con l'abbellimento del Palazzo Reale e la costruzione della nuova Galleria; inoltre, realizzò anche le prime deliciae, la splendida Mirafiori e Regio Parco . Questa prima fase dello sviluppo portò a quel modello di città "ordinata" con strade e grandi corsi allineati divenuto poi la sua caratteristica principale.

Torino era dunque una città in pieno fervore costruttivo, ma assolutamente controllata dal suo duca: chiunque volesse costruire nel nuovo ampliamento doveva obbedire alle indicazioni fornite dall'architetto di corte. A sottolineare la volontà razionalizzatrice del duca, era stato mantenuto l'antico impianto ortogonale romano. Lo sviluppo di Torino conobbe una brusca frenata nel 1630, con la terribile peste che decimò gli abitanti. I regni seguenti furono deboli, funestati da morti precoci e caratterizzati da conflitti per la discendenza che favorirono le interferenze di Francia e Spagna.

Il clima si rasserenò con l'ascesa al trono di Carlo Emanuele II nel 1663 e un secondo ampliamento cittadino, verso il Po, con la realizzazione dell'odierna via Po, unica via inclinata della perfetta scacchiera romana che continuava a caratterizzare l'urbanistica torinese. Di lì a poco, nel 1666, sarebbe arrivato in città Guarino Guarini , l'architetto che con Filippo Juvarra avrebbe caratterizzato il centro cittadino. Fra le sue opere: la Cappella della Sindone, il Collegio dei Nobili (attuale sede del Museo Egizio) e il Palazzo dei Savoia-Carignano (sede del primo Parlamento italiano).

L'Assedio di Torino Seguì un nuovo periodo di crisi economica e incertezza politica (dovuta ai conflitti sempre latenti tra Francia e Spagna); inoltre, tra il 1701 e il 1714 la guerra di successione spagnola mise a dura prova Torino. La città si trovò assediata da parte dell'esercito franco-spagnolo disposto attorno alla cittadella fortificata per centodiciassette giorni, finché non intervennero congiuntamente il Duca di Savoia Vittorio Amedeo e suo cugino il generale Eugenio di Savoia-Soissons. Alle ultime fasi dell'assedio appartiene anche l'eroico gesto di Pietro Micca, che perse consapevolmente la vita per tagliare le strade della Torino sotterranea ai Francesi. (VEDI PERSONAGGI FAMOSI PIETRO MICCA)

Dettaglio sull'Assedio di Torino: L'antefatto Nel 1700 moriva, senza discendenti, Carlo II d'Asburgo, Re di Spagna. Già da qualche anno le condizioni di salute del sovrano, che non erano mai state buone, cominciarono a peggiorare, lasciando presagire il peggio. Le monarchie europee, ben a conoscenza della situazione, diedero avvio ad un complesso lavorio diplomatico sulla successione. In particolare Re Luigi XIV, Borbone di Francia, e l'Imperatore Leopoldo I d'Asburgo. Entrambi, formalmente, perché avevano sposato due sorellastre di Carlo II: il primo aveva sposato Maria Teresa, e il secondo aveva sposato Margherita Teresa, figlie di primo letto di Filippo IV. In realtà la posta in gioco era il possesso della Spagna e dei suoi possedimenti, in Europa ed oltre Atlantico. Inoltre gli Asburgo d'Austria avanzavano pretese in quanto appartenenti alla stessa dinastia regnante in Spagna.

Indeciso sul da farsi, Carlo II prima di morire aveva chiesto consiglio al Pontefice, il quale, per evitare che con la Spagna nelle mani degli Asburgo si ricreasse la stessa enorme concentrazione di potere che circa due secoli prima si era verificata con Carlo V, pensò bene di consigliare il sovrano spagnolo a designare come suo successore un francese. Carlo II accettò il consiglio e designò quale suo successore Filippo d'Angiò, nipote di Luigi XIV. All'apertura del testamento era inevitabile che scoppiasse il conflitto, dal momento che la nuova alleanza Spagna-Francia era destinata a sovvertire gli equilibri europei.

Il conflitto che seguì è noto come Guerra di successione spagnola e si protrasse per oltre dieci anni, concludendosi con i Trattati di Utrecht (1713) e Rastadt (1714). Il conflitto vide schierati da una parte Inghilterra, Impero Asburgico, Portogallo, Danimarca e Olanda; dall'altra Francia e Spagna, che aveva accettato il nuovo Re Borbone. Il Ducato di Savoia si trovava tra la Francia e il milanese che era nelle mani della Spagna e costituiva il naturale corridoio di collegamento tra i due alleati, per cui Luigi XIV quasi impose al Duca Vittorio Amedeo II l'alleanza con i franco-ispanici per ovvie esigenze strategiche.

Vittorio Amedeo II, sostenuto dal cugino Eugenio di Savoia-Carignano, Duca di Soisson e gran condottiero delle truppe imperiali, ebbe l'intuizione che questa volta la partita principale tra la Francia e l'Impero si giocasse in Italia e non più nelle Fiandre o in Lorena. Sulla base di questo convincimento strinse alleanza con gli Asburgo, gli unici che, in caso di esito vittorioso del conflitto, potevano garantire la completa indipendenza dello Stato sabaudo. Infatti una alleanza con la Francia, in caso di vittoria di quest'ultima, non avrebbe fatto altro che ribadire lo stato di sudditanza dei Savoia che durava da circa un secolo; mentre l'Imperatore asburgico prometteva il Monferrato, parte della Lomellina e della Valsesia, il Vigevanasco e una parte della provincia di Novara. Fu una scelta abile, intelligente ma anche rischiosa, perché in caso di sconfitta lo Stato Sabaudo sarebbe stato completamente spazzato via e annientato unitamente alla dinastia. La scelta di campo effettuata da Vittorio Amedeo II nell'autunno del 1703 indusse Luigi XIV ad avviare le operazioni belliche che ebbero come teatro prima la Savoia e poi il Piemonte.

L'Assedio Strette tra due fuochi (a ovest la Francia e ad est l'esercito spagnolo che controllava la Lombardia), le terre sabaude vennero circondate e attaccate da tre eserciti; perdute Susa, Vercelli, Ivrea e Nizza (nel 1704), a resistere rimaneva solo la Cittadella di Torino, fortificazione fatta erigere dal duca Emanuele Filiberto circa centoquarant'anni prima.

Già nell'agosto del 1705 gli eserciti franco-spagnoli erano pronti ad attaccare Torino appostati in prossimità della Cittadella, ma il comandante - il generale Duca de la Feuillade - ritenne che gli uomini a disposizione fossero ancora troppo pochi e preferì aspettare i rinforzi. Questa scelta si rivelerà un errore perché darà modo alla città di fortificarsi ulteriormente fino alla collina e di stringersi nel contempo attorno alla propria Cittadella, in vista di un lungo assedio.

L'assedio ebbe inizio il 14 maggio quando le truppe franco-spagnole (composte ora da oltre quarantamila uomini) si appostarono strategicamente di fronte alla fortezza. Il maresciallo di Francia marchese Sebastien la Preste di Vauban, esperto ideatore di tecniche d'assedio, avrebbe preferito un attacco laterale alla città ritenendo la fitta rete di gallerie di contromina predisposte dagli assediati un ostacolo pressoché invalicabile; ma de La Feuillade lo disattese facendo predisporre da quarantotto ingegneri militari lo scavo di numerose linee di trincea. Quello che per Vauban era un pericoloso cavillo delle mine si rivelerà infatti fatale.

Dal canto loro, gli assediati, sostenuti dalla popolazione (che partecipò direttamente alla battaglia) e forti della fitta rete di gallerie tanto temute da Vauban, infersero numerose perdite all'esercito nemico. La battaglia andò avanti per tutta l'estate del 1706.

Il 17 giugno il duca Vittorio Amedeo II lasciò Torino per andare incontro al principe Eugenio di Savoia, suo cugino, che stava giungendo in suo aiuto al comando delle truppe imperiali austriache. La città venne lasciata alla guida del generale austriaco Virico Daun. Dopo l'eroico gesto del soldato-minatore Pietro Micca, che difese a prezzo della vita una porta della città, la situazione sembrava destinata a precipitare.

L'epilogo Il 2 settembre i due Savoia salgono sulla collina di Superga, da cui si domina l'intera città, per studiare la tattica di controffensiva e decidono di aggirare il nemico impiegando il grosso dell'esercito ed una parte della cavalleria verso la zona nord-ovest della città, la più vulnerabile, anche se ciò comportava un grosso rischio per la vicinanza delle linee francesi. Il 6 settembre la manovra di aggiramento portò le truppe sabaude a posizionarsi fra i fiumi Dora Riparia e Stura.

Lo scontro finale iniziò il 7 settembre quando le forze austro-piemontesi si disposero sull'intero fronte e respinsero ogni tentativo di controffensiva dei franco-ispanici. La ritirata di questi verso Pinerolo e quindi in direzione della Francia iniziò nelle prime ore dello stesso pomeriggio. Vittorio Amedeo II e il principe Eugenio di Savoia entrarono nella città ormai liberata da Porta Palazzo e si recarono al Duomo per assistere ad un Te deum di ringraziamento. Sulla collina di Superga, a ricordo della vittoria, venne fatta costruire dai Savoia una reale basilica nella quale tuttora, ogni 7 settembre, viene celebrato un Te deum.

Il Regno di Sardegna Il Trattato di Utrecht, nel 1713, trasformò il Ducato in Regno e il Duca Vittorio Amedeo nel primo re della sua dinastia. Assegnò inoltre ai Savoia anche il dominio della Sicilia, pochi mesi dopo sostituita con la Sardegna: nasceva così il Regno di Sardegna, la cui capitale del nuovo Regno fu trasformata sotto la regia di Filippo Juvarra , uno dei maestri del Barocco italiano, con la nuova facciata di Palazzo Madama, i Quartieri Militari, la Basilica di Superga, voluta dal Re per rispettare il voto fatto alla Vergine durante l'assedio, le chiese di San Filippo Neri e del Carmine, la palazzina di caccia di Stupinigi. Dal punto di vista politico, Vittorio Amedeo II e i suoi successori misero mano a una serie di riforme in senso assolutistico, che scatenarono una forte resistenze in quanto esautoravano le autorità cittadine.

Napoleone e l'annessione alla Francia Se non che, in quegli anni arrivò a Torino Napoleone Bonaparte, che all'inizio lasciò sul trono Vittorio Amedeo III, ma, quando gli successe Carlo Emanuele IV, debole e inetto, i territori sabaudi vennero annessi alla Francia. Nel 1799 l'intervento della coalizione austro-russa cacciò provvisoriamente i Francesi, ma nel 1800 le truppe napoleoniche rientrarono a Torino per rimanervi 14 anni. La cinta muraria fu abbattuta, i beni ecclesiastici incamerati dallo Stato, l'urbanistica trasformata. Nel 1802 il Piemonte fu annesso alla Francia e Torino divenne una delle 25 principali città della Repubblica francese; l'annessione comportò perciò l'adozione dell'organizzazione politico-amministrativa francese e il riordino delle finanze pubbliche.

La Restaurazione Nel 1815 il Congresso di Vienna restituì ai Savoia il Piemonte e Torino, che ritrovò il suo status di capitale. Vittorio Emanuele fece costruire la chiesa della Gran Madre di Dio per festeggiare la Restaurazione. Tuttavia, l'ancien regime non poteva più essere quello di prima: le inquietudini romantiche, le aspirazioni all'unità d'Italia, i movimenti carbonari e poi mazziniani erano i primi segni del Risorgimento.

Il Risorgimento Alla morte di Carlo Felice si estinse del ramo principale dei Savoia e il trono passò al ramo cadetto dei Savoia-Carignano: divenne re Carlo Alberto , che in gioventù aveva acceso le speranze di patroti e liberali. Il re, infatti, voleva "svecchiare" lo Stato: la sua azione riformatrice si muoveva però nel solco della tradizione. Nel 1848 concesse la libertà di culto ai valdesi e, finalmente, lo Statuto. Ma il 1848 fu soprattutto l'anno in cui la dinastia sabauda si pose alla testa del movimento unitario italiano: Carlo Alberto, spinto dall'entusiasmo popolare e per controbilanciare le aspirazioni repubblicane presenti in settori influenti dei patrioti, dichiarò guerra all'Austria (Prima Guerra d'Indipendenza). La sconfitta di Novara, nel 1849, pose fine al suo regno.

Salì al trono il figlio, Vittorio Emanuele II , e con lui iniziò la stagione risorgimentale. Il suo primo ministro, Camillo Benso di Cavour , grazie ad un'astuta tela di rapporti diplomatici seppe avvicinare la Francia alla causa italiana, contro l'Austria asburgica. Torino divenne meta di tutti gli esuli e i liberali italiani, che anteposero alla causa repubblicana quella dell'unità d'Italia, da ottenere con la collaborazione del Re di Sardegna. La Seconda Guerra d'Indipendenza e la Spedizione dei Mille permisero, nel 1861, di raggiungere quest'obiettivo, e il 18 febbraio fu inaugurato a Palazzo Carignano , il primo Parlamento Italiano, in cui sedevano gli eroi dell'Unità d'Italia, da Giuseppe Garibaldi a Giuseppe Mazzini, da Alessandro Manzoni a Giuseppe Verdi. Il 14 marzo venne votata la legge in base alla quale Vittorio Emanuele II assumeva il titolo di Re d'Italia. Torino, ornata a festa, accolse le genti di ogni parte d'Italia, accorse a celebrare la conquistata unità. Il periodo risorgimentale la porterà ad essere la capitale del Regno d'Italia dal 1861 al 1864, anno in cui, in vista del definitivo trasferimento a Roma, fu portata da Torino a Firenze. La notizia non fu accolta bene dai torinesi, che si riversarono per le strade dando vita a giorni di disordini. Tra il 21 e il 22 settembre esplosero nel centro cittadino gravi tumulti per contestare questa decisione che si conclusero nel sangue con 30 morti ed oltre 200 feriti. Torino affronterà il suo momento più terribile con una popolazione rapidamente passata da 200mila unità a poco più di 20mila e questo per il trasferimento degli uffici ministeriali, la Corte dei Conti e tutto l'apparato amministrativo, che provocò anche una depressione dell'economia locale. Dopo quattro secoli Torino perdeva il suo status di capitale dei Savoia ed era costretta a cercarsi una nuova identità.

Torino industriale Nel 1884 l'Esposizione Generale, al Parco del Valentino, costituì l'occasione per far risvegliare la città dal torpore in cui era caduta: fu costruito il Borgo Medioevale e fu risistemato il Parco. Nel 1897, in seguito alla grave crisi economico-finanziaria dei governi Crispi, entrarono nel Consiglio comunale torinese i socialisti. Fu una novità importante: il Comune ebbe una parte di primo piano nella trasformazione dell'ex capitale in città industriale. È da citare il "Socialismo dei professori" promosso da Edmondo de Amicis, Cesare Lombroso e Arturo Graf. L'amministrazione locale di quegli anni fu impegnata nel miglioramento dei collegamenti ferroviari, dell'istruzione, dell'assistenza sociale. Nel 1889 nasceva anche l'industria automobilistica: la FIAT sorgeva sulla tradizione del piccolo artigianato piemontese, ma con forti spinte innovative, grazie alle intuizioni di Giovanni Agnelli. Accanto alla FIAT nacquero anche la Lancia e l'Itala. La municipalizzazione dei trasporti urbani e la statalizzazione delle ferrovie contribuirono alla nascita di un'industria meccanica torinese.

Torino divenne inoltre, a fine secolo, il primo centro italiano in cui si sviluppò il cinema: furono infatti prodotti qui i primi film italiani, si grande successo nazionale e internazionale) e nacque il primo divismo (tra le star lanciate Lydia De Robertis, Maria Jacobini, Lydia Quaranta; tra i film prodotti quelli tratti da Gabriele D'Annunzio). La nuova città industriale attraeva popolazione dalle campagne e, nei primi anni del secolo cresceva al ritmo di 9.000 persone l'anno. Vennero realizzati quartieri operai, fu estesa la rete viaria, furono avviati corsi di formazione professionale. È in questo periodo che viene abbandonato il tradizionale assetto urbanistico: nella Torino che ancora ricalca l'impianto dell'antica colonia romana, viene introdotto il sistema a raggiera, con la creazione delle prime barriere operaie, fuori dalla cinta daziaria. La prima rivoluzione industriale venne "benedetta" con il primo sciopero generale della storia avvenuto tra il 16 ed il 18 settembre 1904.

La Prima Guerra Mondiale La prima guerra mondiale sorprese una Torino in pieno sviluppo: causò prima una depressione e poi una ripresa economica, anche se gli unici settori che trovarono reale vantaggio alla fine della guerra furono il siderurgico e l'automobilistico.

Il fascismo e la Seconda Guerra Mondiale Gli anni che portarono al fascismo furono anche per Torino anni di crisi sociali: le agitazioni operaie erano seguite dalle repressioni. Nel 1919 furono fondati i Fasci torinesi, nel 1922 fu bruciata la sede di Ordine Nuovo, la rivista diretta da Antonio Gramsci; poco dopo, nel dicembre, Mussolini prendeva il potere e a Torino. Durante il fascismo Torino continuò la sua espansione industriale e accolse immigrati veneti e meridionali. La politica coloniale del regime favorì lo sviluppo della FIAT , che seppe così superare la depressione causata dal crollo di Wall Street. Nacquero, in questi anni, la moda, dalla tradizione delle "sartine" torinesi, e, soprattutto, la radio italiana, che da Torino trasmetteva i suoi programmi. Allo scoppio della seconda guerra mondiale l'industria torinese si convertì in industria bellica e scoprì il lavoro femminile. I bombardamenti del 1942 causarono una drastica riduzione della produzione; la riduzione del potere d'acquisto degli operai causò, nel 1943, una rivolta. A settembre dello stesso anno ci fu l'occupazione tedesca. La crisi del regime e l'occupazione nazista spinsero molti giovani verso le montagne, per la Resistenza. Il 18 aprile 1945 un grande sciopero paralizzò la città, il 26 aprile i partigiani iniziarono la liberazione di Torino, conclusasi il 30. Il 3 maggio gli Alleati entravano in una città già liberata.

Torino nel dopoguerra I primi anni del dopoguerra furono drammatici: patrimonio edilizio e fabbriche erano duramente danneggiati; il Comune di Torino fu il primo in Italia a costruire nuove case popolari. La FIAT divenne un vero e proprio centro di potere con cui la città fu costretta a confrontarsi sin dai primi anni '50: la presenza del gigante dell'automobile aveva su Torino grandi ricadute di reddito e ricchezza, ma determinò anche conflitti che solo negli anni seguenti avrebbero trovato soluzione. Negli anni '50, grazie al potente richiamo della FIAT si verificò una nuova ondata di immigrazione, sia dalle altre regioni settentrionali (soprattutto Veneto) che dal Meridione. La presenza degli immigrati meridionali determinò una serie di drammatici problemi, dall'abitazione ai servizi, a cui Torino era impreparata. Nel giro di un decennio Torino si trovò ad essere la terza città italiana meridionale, subito dopo Napoli e Palermo; l'arrivo disordinato e incontrollato dei nuovi residenti causò a lungo conflitti di mentalità e cultura, che la città ha superato nei decenni successivi, solo con grande difficoltà.

Anni '60 Nel 1961, anno del centenario dell'unità, Torino era una città irriconoscibile. L'antica capitale dei Savoia superava il milione di abitanti, era uno dei maggiori poli d'attrazione industriale d'Italia ed era una vera metropoli economica. Gli anni '60 non sarebbero però stati facili. Al boom economico seguirono infatti tensioni sociali che sfociarono nelle proteste sessantottine e nell'autunno caldo degli operai.

Anni '70 All'inizio degli anni '70 i sindacati si trovavano dunque ad avere posizioni di grande forza nelle fabbriche: nel 1972 l'occupazione di Mirafiori spinse la Confindustria ad accettare le richieste dei sindacati; nel 1975 salì per la prima volta al potere una Giunta di sinistra e contemporaneamente la crisi petrolifera costrinse la FIAT alle prime cassa integrazioni. La crisi economica degli anni '70 ebbe il punto di svolta con la marcia dei 40.000 che chiedeva a gran voce la riapertura dei cancelli di Mirafiori, paralizzati da 35 giorni di sciopero.

Anni '80, '90, '00 Gli anni '80 e '90, in cui si sono avvicendate giunte di sinistra, pentapartitiche e di centro-sinistra, sono stati anni di pacificazione sociale: ai conflitti degli anni '70 ha fatto seguito la ripresa della FIAT, arrivata negli anni '80 a utili record grazie anche al lancio di nuovi modelli. Il volto di Torino è ulteriormente cambiato: i processi di ristrutturazione industriale hanno ridimensionato l'impiego nelle industrie a favore del terziario. Le dimensioni delle imprese sono diminuite, la ricerca, i servizi alle imprese, la finanza e la cultura sono i settori in cui Torino sta cercando nuove opportunità di crescita. La popolazione è diminuita: il censimento del 1991 segnala che i torinesi sono oggi meno di un milione.

Tra i nuovi torinesi figurano, nei primi anni del nuovo millennio, decine di migliaia di immigrati provenienti dall'estero, soprattutto Marocco, Senegal, Nigeria, Albania. La loro presenza ha sconvolto la società pacificata degli anni '80 e ha cambiato il volto di interi quartieri: la sfida di Torino, impegnata a diventare polo d'attrazione culturale, turistico e del terziario, è l'integrazione dei suoi nuovi abitanti, diversi per lingua e religione, ma probabilmente nuova fonte di ricchezza e di scambio. Ed è una sfida che l'antica colonia romana, crocevia di strade e di persone, intende vincere in questo suo terzo millennio di storia.

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