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Personaggi Famosi


Personaggi politici (ordine cronologico)

Vittorio Amedeo II (Torino 14/5/1666 - Rivoli 30/10/1732): Vittorio Amedeo II fu il quindicesimo duca di Savoia. Nato dalle seconde nozze di Carlo Emanuele II con la principessa Maria Giovanna Battista di Savoia, alla morte del padre nel 1675 salì alla guida del ducato sotto la reggenza della madre fino al compimento del diciottesimo anno d'età.

Dopo il Trattato di Utrecht, forte degli esiti del conflitto susseguente alla Guerra di successione spagnola, fu (dal 1713 al 1718) re di Sicilia, ovvero fino alla nascita del Regno di Sardegna, del quale rimarrà a capo fino all'abdicazione avvenuta nel 1730.

Sposò Anna D'Orleans, sorella di Luigi XIV, e dal loro matrimonio nacquero sei figli, fra i quali Carlo Emanuele III, Maria Luisa Gabriella (futura moglie del re di Spagna Filippo V) e Maria Adelaide, che sposerà il duca Luigi di Borgogna e diverrà madre del Re di Francia Luigi XV. Successivamente sposò in seconde nozze Anna Canalis di Cumiana.

Vittorio Amedeo II fu una figura di spicco nel rinnovamento politico e militare del casato sabaudo; alleatosi all'Austria contro la Francia durante la Guerra di successione spagnola, insieme al cugino Eugenio di Savoia liberò nel 1706 la città di Torino duramente assediata (vedi Assedio di Torino nella Storia della città). Per celebrare la vittoria fa erigere la Basilica di Superga, dove è era sepolto.

Con la pace sancita ad Utrecht ottenne, oltre alla Sicilia, importanti territori (Monferrato, Lomellina e Novarese). In politica interna operò importanti riforme riguardanti il sistema scolastico e l'amministrazione dello Stato e del fisco; inoltre pose condizioni che limitarono i poteri della Chiesa. Fu costretto ad abdicare nel 1730 in favore del figlio Carlo Emanuele III e si ritirò, quasi confinato, nel castello di Rivoli, dove morì due anni dopo.

Pietro Micca (Sagliano, Biella, 6 marzo 1677 - Torino 30 agosto 1706): è il minatore che nel 1706 diventò l'eroe di Torino; reclutato dai Savoia durante la guerra di successione spagnola, sacrificò la propriavita per bloccare l'invasione dei francesi.

Pietro Micca nasce a Sagliano d'Andorno (ora Sagliano Micca, dove esiste ancora la semplice casa nella quale abitava) il 5 marzo 1677 e morì a Torino nel 1706; la sorte di proteggere Torino, quasi tre secoli fa, toccò proprio a Pietro, che aveva 29 anni e non era un soldato di professione.

Sposato da meno di due anni, e con un figlio che di lì a quattro settimane avrebbe compiuto un anno, fino a due anni prima aveva fatto il minatore nella valle di Andorno.

Seguendo le tradizioni della famiglia materna, Pietro imparò giovanissimo a lavorare la pietra e divenne scalpellino e minatore. Nel luglio del 1703 il Re sabaudo Vittorio Amedeo II, rimasto senza esercito, lo aveva reclutato di gran fretta assieme ad altri 20 mila giovani piemontesi.

Le sue truppe, infatti, erano state disarmate nella piana di San Benedetto Po dall'armata del duca di Vendôme, su ordine del sovrano francese Luigi XIV e al Re servivano uomini per poter dichiarare guerra a Francia e Spagna; sapeva anche che avrebbe avuto bisogno di minatori bravi a scavare cunicoli perché la battaglia si sarebbe condotta sicuramente vicino alla Cittadella.

Per questo, fra i 20 mila nuovi soldati, aveva scelto cinquanta minatori e, tra essi, Pietro Micca.

In quanto minatore, aveva maturato al suo paese l'abitudine a lavorare sottoterra, e per questo fu destinato alle truppe addette alla difesa delle gallerie sotterranee della fortezza torinese, che i francesi tentarono più volte di violare durante i mesi dell'assedio.

Nel registro di arruolamento, accanto al suo cognome era stato messo il suo soprannome: Passepartout. più che un'usanza, in quell'epoca, aggiungere il soprannome era una necessità pratica: nelle valli da cui veniva Pietro Micca, infatti, i cognomi erano quasi tutti uguali.

Nella notte tra il 29 e il 30 agosto 1706, in pieno assedio di Torino da parte dell'esercito francese, le forze nemiche entrarono in una delle gallerie sotterranee della Cittadella, uccidendo le sentinelle e cercando di sfondare una delle porte che conducevano all'interno.

Pietro Micca era di guardia ad una di queste porte insieme ad un commmilitone. I due soldati sentirono dei colpi e capirono che non avrebbero potuto resistere a lungo: decisero così di far scoppiare la polvere da sparo (un barilotto da 20 chili posto in un anfratto della galleria chiamata "capitale alta"; non potendo mettere una miccia lunga perché avrebbe impiegato troppo tempo per far esplodere le polveri, Micca decise di impiegare una miccia corta, conscio del rischio che avrebbe corso. Istintivamente, quindi, allontanò il compagno (con una frase che sarebbe diventata storica: "Alzati, vai e salvati, che sei più lungo di una giornata senza pane") e senza esitare dette fuoco alle polveri correndo verso la scala che porta in superficie.

Purtroppo il corpo del patriota verrà ritrovato senza vita a quaranta passi di distanza, dove era stato scagliato dallo spostamento d'aria dovuto alla deflagrazione.

L'ubicazione della scala su cui avvenne l'eroico gesto si è avuta soltanto nel 1958 grazie alle ricerche dell'allora capitano Guido Amoretti, ora generale, appassionato archeologo e studioso di storia torinese. A lui si deve l'ideazione del Museo Pietro Micca e dell'assedio di Torino del 1706.



Camillo Benso Conte di Cavour (Torino, 10/8/1810 - Torino, 6/6/1861): Forse il torinese più famoso, è uno dei massimi artefici dell'unità nazionale e primo ministro di Vittorio Emanuele II. Lo chiamavano "Il tessitore" per le machiavelliche doti politiche. Nato nel 1810 a Torino, aristocratico liberale, viaggiò molto spesso all'estero, studiando lo sviluppo economico di paesi europei più avanzati industrialmente, come la Francia e l'Inghilterra, documentandosi sulle innovazioni tecnologiche.

Appare sulla scena politica piemontese alla vigilia del '48 come fondatore di un giornale il "Il Risorgimento", testata liberale e moderata. Eletto deputato nello stesso anno, nel primo parlamento del 1948, fu poi nominato ministro e infine, dal '52 fino al '59 fu capo del governo piemontese.

Cavour capì subito, grazie alle sue conoscenze, che nessuno stato debole o arretrato economicamente sarebbe stato in grado di decidere delle proprie sorti e che quindi erano necessarie delle riforme liberali. ma non basta solo questo: oltre a ciò occorreva imboccare decisamente la via dell'industrializzazione, già percorsa dalle grandi potenze europee e riguardo alla quale il Regno sabaudo era in netto ritardo.

Fece costruire canali per l'irrigazione e favorì le redditizie colture del riso, del grano, del vino, ritenendo a ragione che un'agricoltura ricca e moderna era alla base per lo sviluppo dell'industria. Agevolò il potenziamento delle industrie esistenti, soprattutto quella tessile, e stimolò la creazione di nuove, come le acciaierie. Capendo che le industrie e il commercio avevano la necessità di nuove infrastrutture, diede un fortissimo impulso alla rete stradale e ferroviaria, creò in pratica dal nulla la rete telegrafica; il commercio venne favorito in ogni modo e la realizzazione di una vera marina mercantile fece rifiorire il porto di Genova.

Questa politica fu possibile anche perché in Piemonte vi era un'antica tradizione di buona amministrazione pubblica. Il grande merito di Cavour quindi fu quello di saper proporre una politica di riforme che potevano contare ampiamente sull'appoggio della classe dirigente piemontese. Al piccolo Stato sabaudo mancava ancora comunque una sufficiente presenza sulla scena politica internazionale; a questo scopo Cavour si adoperò con grande abilità diplomatica. Nel 1854 scoppia la guerra di Crimea: Francia e Inghilterra erano alleate della Turchia e combattevano contro la Russia, che voleva espandersi nella penisola balcanica. Cavour colse l'occasione e offrì l'alleanza del suo Piemonte a Francia, Inghilterra e Turchia, inviando in Crimea un corpo d'armata. Non fu facile ottenerne l'autorizzazione dal Parlamento di Torino, che non vedeva il motivo di far morire dei soldati piemontesi a favore dell'Impero ottomano, in un paese dove il Piemonte non aveva alcun interesse da difendere; ma, come spiegò Cavour, partecipando alla guerra dalla parte dei vincitori il Piemonte veniva ammesso al tavolo delle trattative come alleato di due grandi potenze: la Francia e l'Inghilterra.

Nel 1856, al Congresso di Parigi, fu firmata la pace, dove era presente anche il rappresentante dell'Austria. Cavour non chiese alcun compenso per la partecipazione alla guerra, ma ottenne che una seduta fosse dedicata espressamente a discutere il problema italiano.

Grazie a questo risultato Cavour poté quindi sostenere pubblicamente che la repressione dei governi reazionari e la politica dell'Austria erano i veri responsabili dell'inquietudine rivoluzionaria che covava nella penisola e che avrebbe potuto costituire una minaccia per i governi di tutta Europa. Il Piemonte ebbe l'occasione così di presentarsi come l'unica soluzione moderata possibile al problema dell'instabilità politica dell'Italia del tempo. In questo modo Cavour portò l'attenzione delle potenze europee sulla questione italiana; per avere successo, però, avrebbe dovuto riuscire ad interessarne almeno una in modo particolare.

Nel 1858 egli si incontrò con Napoleone III, persuaso ad intervenire a favore degli Italiani anche dall'attentato di Felice Orsini, ex mazziniano che, con alcuni complici, il 14 gennaio 1858 aveva tentato di uccidere l'Imperatore francese , che riteneva responsabile del fallimento dei moti rivoluzionari italiani del 1848/49, gettando tre bombe contro la sua carrozza, che stava arrestandosi davanti al Teatro dell'Opera; l'attentato causò la morte di 8 persone ed il ferimento di 156.
Durante l'incontro, avvenuto a Plombières, Cavour fu abile a utilizzare questo episodio per convincere Napoleone e alla fine venne ratificato un trattato difensivo-offensivo ai danni dell'Impero Asburgico.

Nel 1859 scoppiò la Seconda Guerra d'Indipendenza, che vide da un lato la Francia ed il Piemonte e dall'altro l'Austria. La guerra portò all'annessione della Lombardia, ma i Francesi interruppero la guerra prima del previsto. Cavour rassegnò le dimissioni in segno di protesta. Nonostante la contrarietà di Vittorio Emanuele II nel 1860 Cavour torna ad occupare la carica di Presidente del Consiglio.

Con abili mosse politiche, aiutato anche dall'appoggio del governo inglese, riuscì ad ottenere il riconoscimento dei plebisciti avvenuti in Toscana, nei ducati di Modena e Parma e nelle Legazioni Pontificie, per l'annessione al Regno di Sardegna.

Per continuare ad avere l'appoggio francese nel suo tentativo, che ormai era di unificare la penisola italiana, cedette alla Francia la città di Nizza e la Savoia. In modo non esplicito aiutò Garibaldi ad organizzare la spedizione dei Mille, e poi con la scusa di fermare quel pericoloso rivoluzionario ottenne l'assenso francese all'occupazione dello stato Pontificio, Roma esclusa.
Raggiunto dall'esercito sabaudo Garibaldi fece dono a Vittorio Emanuele II del Sud Italia, portando così ad una parziale riunificazione della penisola. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II venne proclamato Re d'Italia. Cavour a questo punto si lanciò in una grande opera diplomatica di accordo con il Papa, ma prima di poter arrivare alla conclusione delle trattative morì, probabilmente di malaria, nel palazzo di famiglia a Torino il 6 giugno 1861.


Carlo Alberto (Torino, 2/10/1798 - Portogallo, 18/7/1849 ): Figlio di Carlo Emanuele di Savoia, principe di Carignano, e di Albertina Maria Cristina di Sassonia, nasce a Torino nel 1798, ma riceve la prima educazione a Ginevra e compì i suoi studi a Parigi, dove subì l'influsso delle idee politiche francesi.

Rientrato a Torino, dopo la caduta di Napoleone, e la restituzione del Piemonte alla casa di Savoia, non condivise l'impostazione reazionaria data da Vittorio Emanuele.


Amico dei giovani esponenti del liberalismo piemontese, era al corrente della cospirazione che sfociò nel moto del marzo 1821. Una volta assunta la reggenza, dopo l'abdicazione di Vittorio Emanuele I e data la lontananza del nuovo re Carlo Felice, concesse agli insorti la costituzione di Spagna che essi reclamavano (14 marzo), ma subito dopo fu sconfessato da Carlo Felice e costretto ad abbandonare il Piemonte.

Dopo che Carlo Felice non volle riceverlo a Modena, Carlo Alberto si ritirò per qualche tempo a Firenze, finché l'Austria decise di appoggiare la sua successione al trono di Sardegna, nonostante l'opposizione di Carlo Felice.

Per non perdere questo diritto Carlo Alberto fu quindi costretto ad impegnarsi con Metternich a non modificare il regime assoluto ristabilito in Piemonte, e si piegò a partecipare alla spedizione francese che voleva reprimere la rivoluzione liberale in Spagna (1823).
Morto Carlo Felice, Carlo Alberto poté finalmente succedergli (1831) e, nonostante una lettera di incitamento inviatagli da Mazzini, Carlo Alberto iniziò una politica assolutista e reazionaria, la cui espressione maggiore fu la repressione della cospirazione diretta dalla Giovine Italia (1833-1834).

Fondamentalmente antiaustriaco Carlo Alberto attuò una serie di riforme che resero il Piemonte la regione più evoluta della penisola e gli scritti di Gioberti, Balbo e d'Azeglio rafforzarono la tendenza filopiemontese nata in Italia.
Nel 1848 Carlo Alberto entrò in guerra contro l'Austria, scossa dalle rivoluzioni di Vienna e di Milano, ma la campagna, dopo un inizio fortunato, prese un andamento sfavorevole, anche per le personali esitazioni del re, e si chiuse con la grave sconfitta di Custoza (25 luglio). Carlo Alberto, temendo di vedere le idee repubblicane trionfare nel proprio Stato, chiamò dapprima al potere Gioberti (dicembre 1848) e successivamente (12 marzo 1849) ruppe l'armistizio con l'Austria anche per sottrarsi alla rinnovata accusa di tradimento che gli rivolgevano i patrioti. Ma la ripresa della guerra si concluse quasi subito con la disfatta di Novara (23 marzo 1849), che provocò la sua abdicazione a favore del figlio Vittorio Emanuele II. Carlo Alberto si recò allora in esilio in Portogallo, dove morì di dolore alcuni mesi più tardi.


Vittorio Emanuele II (Torino 13/3/1820 - Roma 9/1/1877): Figlio di Carlo Alberto di Savoia, nasce a Torino a Palazzo Carignano nel 1820.

Dopo l'abdicazione del padre riesce a tener testa alle agitazioni del Paese mettendo al potere D'Azeglio e sciogliendo la Camera a maggioranza democratica. Nel 1852, affida la presidenza del Consiglio a Cavour, che diviene suo migliore collaboratore per unificare il Regno. Lo appoggia per la guerra in Crimea (1855) e nell'alleanza con la Francia per la Seconda Guerra d'Indipendenza. Nel 1859, inizia le trattative con Garibaldi per la spedizione dei Mille; nel 1864 ha contatti anche con Mazzini per sollevare le nazionalità oppresse dall'Austria. Il 14 marzo 1861, per voto della Camera, diviene re d'Italia. Nel 1876 affida il potere alla Sinistra e dopo due anni muore. Figura complessa, Vittorio Emanuele II, fu "rivoluzionario e conservatore, impulsivo e diplomatico, autoritario e costituzionale".


Cesare Balbo (Torino, 1789 - Torino 1853): Nato a Torino nel 1789 fonda, nel 1804, l'Accademia dei Concordi in cui si coltivavano gli studi e l'amore per la patria. Inviato a Roma per riordinare lo stato pontificio e adattarlo al regime napoleonico, abbandona poi la politica attiva con la caduta di Napoleone.

Tornato in Italia dalla Spagna nel 1819, si unisce ai liberali che frequentavano Carlo Alberto. Caduto poi in disgrazia con Santarosa e altri capi della rivoluzione, viene confinato a Camerano. Nel 1844 scrisse a Parigi Le speranze d'Italia. Muore a Torino nel 1853.


Massimo D'Azeglio (Torino, 24/10/1798 - Torino 15/1/1866): Eminente statista, grande esponente della classe politica piemontese che condusse la dinastia dei Savoia all'unificazione politica dell'Italia, nasce a Torino il 24 ottobre 1798. Pittore, scrittore, ministro e ambasciatore, è stato autore di opere importanti che hanno segnato l'inizio della pittura paessaggistica istoriata dell'Ottocento italiano.

Morì nella stessa città natale il 15 gennaio 1866. Nello stesso anno, la città gli dedicò quella che è senz'altro la prima mostra antologica dedicata a un solo artista dell'intera penisola.

La Galleria d'arte moderna di Torino, dopo anni di ricerche, è riuscita a operare, attraverso l'allestimento della mostra che si inaugura oggi, una completa ricostruzione delle date di ultimazione delle tele e una nuova e corretta attribuzione.


Luigi Einaudi (Carrù, 1874 - Roma, 1961): Nato a Carrù, nel cuneese nel 1874, Luigi Einadi è uno dei grandi protagonisti della storia a cavallo tra i due secoli: economista, statista (è il primo presidente della Repubblica nel 1948) e anche professore, proprio a Torino, già alla giovane età di 21 anni, al Politecnico. Insignito della honoris causa a Oxford, amò la propria terra e la raggiunse quanto più possibile, in occasione di manifestazioni come il Salone dell'Automobile. Muore a Roma nel 1961.


Piero Gobetti (Torino, 1901 - Parigi, 1926): Nato a Torino nel 1901, morto a Parigi solo venticinque anni dopo, nel corso della sua seppur breve esistenza diventò (e rimane tutt'ora) un punto di riferimento nella cultura cittadina: politico antifascista, fondò "La rivoluzione liberale" ed "Energie Nuove" cui collaborarono Gentile, Croce, Einaudi e De Ruggero.


Letterati (ordine cronologico)

Vittorio Alfieri (Asti, 1749 - Firenze, 8/10/1803): Poeta e drammaturgo italiano, fu uno dei maggiori interpreti delle istanze patriottiche in epoca prerisorgimentale.

Nato a Asti nel 1749, di famiglia nobile, rimase orfano di padre a meno di un anno. A nove anni entrò nella Reale Accademia di Torino ma, insofferente della rigida disciplina militare, ne uscì nel 1766. Viaggiò a lungo per tutta Europa, spesso precipitosamente, per dare sfogo alla sua inquietudine. Disgustato degli ambienti cortigiani di Parigi, Vienna e Pietroburgo, rimase invece affascinato dalle solitudini dei paesaggi scandinavi e spagnoli.

Se le istituzioni inglesi realizzavano per lui l'ideale di libertà politica, determinante per la sua formazione fu il pensiero degli illuministi francesi: lesse Montesquieu, Voltaire e Rousseau, ma anche Machiavelli e Plutarco. Ritornato a Torino nel 1772, esordì nel 1775 con la tragedia Cleopatra, che riscosse grande successo.

Da allora si dedicò interamente all'attività letteraria; nel 1776 si trasferì a Firenze per perfezionare l'italiano, poiché fino ad allora si era servito del francese, la lingua dell'aristocrazia torinese. Li', l'anno seguente, conobbe e s'innamorò di Luisa Stolberg, contessa di Albany, separatasi da Charles Edward Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra, che avrebbe esercitato una benefica influenza sulla sua vita fino ad allora molto irrequieta.


Nel 1778 abbandonò definitivamente il Piemonte per la Toscana (Siena e Firenze), non sopportando di essere legato a un monarca da vincoli di sudditanza, lasciando tutti i suoi beni alla sorella in cambio di un vitalizio annuale.

Negli anni successivi scrisse la prima parte delle Rime (1804, postume) e diciannove tragedie. La più nota, Saul (1783), riprende il racconto biblico della follia del re d'Israele e della sua gelosia per Davide; tra le altre si ricordano, Filippo (1775-1783) Antigone (1776), Agamennone (1783) e Mirra (1784-1786), incentrata sul conflitto tra istinto e valori morali.

Tra le opere in prosa le più significative sono la Vita (1790-1803), lucida autobiografia alla quale Alfieri lavorò instancabilmente fino alla fine dei suoi giorni, e i due trattati Della tirannide (1777-1789) e Del principe e delle lettere (1778-1789), opere pervase dall'amore per la libertà che risvegliarono l'orgoglio nazionale degli italiani e alimentarono quel desiderio di indipendenza che avrebbe caratterizzato il Risorgimento.

Alfieri fu poi a Roma (1781-1783), e seguì Luisa Stolberg a Colmar (Alsazia) e a Parigi, dove assistette alla Rivoluzione; poi, nel 1792, se ne tornò in Italia stabilendosi a Firenze, dove morì l'8 ottobre 1803. È sepolto nella chiesa di Santa Croce.

Guido Gozzano (Torino, 19/12/1883 - Torino 9/8/1916): Guido Gustavo Gozzano (che si fa poi chiamare soltanto Guido) nasce a Torino in via Confienza, il 19 dicembre del 1883.

Si iscrive alla facoltà di legge, ma non giunge mai a laurearsi, preferendo interessarsi di letteratura seguendo - all'università di Torino - i corsi di Arturo Graf, insieme ad un gruppo di giovani con i quali successivamente costituisce il gruppo dei crepuscolari torinesi. Di salute malferma, non riesce mai ad ottenere un lavoro fisso, ma partecipa comunque attivamente alla vita culturale e mondana della Torino di inizio secolo.
Nel 1907 rivela il suo desiderio di rifugiarsi nella poesia scacciando le aspirazioni mondane con la pubblicazione de La via del rifugio. Qui, lontano da mire intellettualistiche, rivela la sua originalità. Sempre nel 1907 inizia una relazione con la scrittrice Amalia Guglielminetti, ma le sue condizioni di salute peggiorano e lo portano alla tubercolosi.

Nel 1911 appare il suo libro più importante: I colloqui, i cui componimenti vengono disposti in tre sezioni: Il giovanile errore, Alle soglie e Il reduce Per tutto il corso della sua vita Gozzano collabora a giornali e riviste con recensioni letterarie, fiabe per bambini (ricordiamo I due talismani del 1914 e La principessa si sposa del 1917, postuma) e novelle (L'altare del passato del 1918 e L'ultima traccia del 1919, entrambe postume). Muore a Torino, in via Cibrario 65, il 9 agosto 1916, per un attacco di tisi. La sua morte passò inosservata, essendo avvenuta il giorno della presa di Gorizia.


Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 1908 - Torino, 1950): Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo.

Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l'idea mitica dell'infanzia e della nostalgia.
Il padre di Cesare muore quasi subito: questo episodio inciderà molto sull'indole del ragazzo, già di per sé scontroso e introverso. Studia nell'Istituto Sociale dei Gesuit i e nel Ginnasio moderno, quindi passa al Liceo D'Azeglio, dove conosce Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Tullio Pinelli, Massimo Mila.

Nel 1930 si laurea all'Università con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista "La cultura"; quindi si dedica alla traduzione (1931) e nel 1933 partecipa alla costituzione della casa editrice Einaudi, collaborando con Giulio Einaudi.
Esiliato per un anno dal fascismo, pubblica nel 1936 la sua prima raccolta di poesie Lavorare stanca, che comprendeva le poesie scritte dal 1931 al 1935 e che fu letta da pochi.

Una seconda edizione, comprendente anche le poesie scritte fino al 1940, fu pubblicata nel 1942 da Einaudi. Da allora si dedica alla prosa, e fra le sue opere ricordiamo Il carcere, La casa in collina, Dialoghi con Leucò, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, La luna e i falò.

Contro la monotonia della prosa d'arte e diversamente dall'Ermetismo, Pavese dimostrava come il contatto con le grandi masse americane attraverso quei romanzi vivificasse anche il linguaggio, con l'inserimento della parlata popolare, in modo tale da renderlo congeniale con i nuovi contenuti.

A 42 anni si toglie la vita all'albergo Roma, a Torino.


Alessandro Baricco (Torino, 1958): Nato a Torino nel 1958, è tra i più celebri scrittori cittadini.

Critico musicale prima per "la Stampa" e ora per "la Repubblica", fra i libri che ha scritto ricordiamo Oceano Mare, Seta, City, Novecento, La leggenda del pianista sull'Oceano, da cui Giuseppe Tornatore ha tratto un film. Collabora con il teatro Settimo di Gabriele Vacis e ha fondato una scuola di scrittura, la Holden.


Primo Levi (Torino, 31/7/1919 - Torino 11/4/1987): Nato nel 1919 a Torino, Primo Levi si iscrive nel 1934 al Ginnasio-Liceo D'Azeglio, celebre perché vi insegnavano docenti illustri e oppositori del Fascismo, alcuni dei quali saranno noti per l'apporto dato alla cultura italiana (Umberto Cosmo, Norberto Bobbio, e molti altri).

Nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Scienze, ma mentre frequenta l'Università, il governo fascista emana le leggi razziali: è il 1938 e da allora è impedito ai giovani ebrei di frequentare.

Tuttavia nel 1941 presso l'Università diù Torino, si laurea in chimica summa cum laude. Per ragioni di lavoro, nel 1942 è costretto a trasferirsi a Milano. Nel 1943 si rifugia sulle montagne sopra Aosta, unendosi ad altri partigiani, ma viene quasi subito catturato dalla milizia fascista e un anno dopo internato nel campo di concentramento di Fossoli e successivamente deportato ad Auschwitz.

Viene liberato il 27 Gennaio 1945 in occasione dell'arrivo dei Russi al campo di Buna-Monowitz, anche se il suo rimpatrio avverrà solo in Ottobre. Nel 1947 pubblica Se questo è un uomo, nel 1963 pubblica La tregua, col quale vince il premio Campiello.

Altre opere da lui composte sono: una raccolta di racconti dal titolo Storie naturali, con il quale gli viene conferito il Premio Bagutta; una seconda raccolta di racconti Vizio di forma, una nuova raccolta Il sistema periodico, con cui gli viene assegnato il Premio Prato per la Resistenza; una raccolta di poesie L'osteria di Brema; La chiave a stella; La ricerca delle radici; Antologia personale; Se non ora quando con il quale vince il Premio Campiello per la seconda volta e infine nel 1986 I Sommersi e i Salvati. Muore suicida l'11 Aprile 1987


Architetti


Guarino Guarini (Modena, 1642 - Milano, 1683): Nasce nel 1624 a Modena. Entrato nell'ordine dei Teatini, imparò ad amare il barocco a Roma, dal 1660 al '62 fu a Messina dove realizzò la chiesa della Santissima Annunziata, la Casa dei Teatini, la chiesa di San Filippo e la chiesa dei Padri Somaschi, e dopo un soggiorno a Parigi, nel 1666 venne chiamato a Torino dove rimase fino al 1681 come ingegnere e matematico di Carlo Emanuele di Savoia. A Torino realizza la Cappella della Sacra Sindone, Palazzo Carignano, la Chiesa teatina di San Lorenzo e la chiesa di San Filippo. Muore a Milano nel 1683.


Filippo Juvarra (Messina, 1678 - Madrid, 1735): Filippo Juvarra nasce il 27 Marzo del 1678 a Messina; molto lontano, quindi, da Torino, città alla quale il uo nome si legherà sono più avanti negli anni.

Si trasferisce a Roma all'inizio del '700, dopo aver preso gli ordini sacerdotali e aver studiato, da autodidatta, disegno e architettura; lì opera nella città e sui colli limitrofi, dedicando anche periodi della sua vita a viaggi: va a Napoli, Lucca, Firenze.

Poi viene chiamato in Sicilia al servizio di Vittorio Amedeo II di Savoia, finché, nel 1713, parte da Palermo al seguito della corte sabauda verso Torino. Questa città resterà la sua "casa" fino al 1735, anche se fra il '18 e il '19 viaggerà molto per l'Europa visitando Parigi, il Portogallo, l'Olanda ed entrando in contatto con stili diversi, e nel '31 sarà a Como ad occuparsi della Cupola del Duomo.

In più di vent'anni a Torino, Filippo Juvarra ha lasciato alla città numerosissime opere che cerchiamo di citare in ordine cronologico: il Castello di Venaria Reale, la facciata della chiesa di Santa Cristina, la Chiesa di San Filippo Neri, la Basilica di Superga, i Quartieri militari, il Palazzo Martini di Cigala, il Palazzo Birago di Borgaro, Palazzo Madama, il Castello di Rivoli (di cui realizzò solo un terzo dell'edificio previsto dall'ampio programma, mancando la sistemazione degli spazi aperti), la "Scala delle forbici" a Palazzo Reale, la Contrada e piazza di Porta Palazzo, la Palazzina reale di caccia Stupinigi, il Palazzo Roero di Guarene, il Palazzo degli Archivi di Corte, la Chiesa del Carmine.

Nel 1735 lascia Torino per recarsi a Madrid, al seguito della corte di Spagna, dove morirà di polmonite all'inizio dell'anno successivo e dove è tutt'ora sepolto.


Benedetto Alfieri (Roma nel 1700 e muore a Torino nel 1767). Studia a Roma presso i gesuiti, e poi dal 1722 a Torino nel Collegio dei Nobili dove si laurea in legge, mentre si dedica, come autodidatta, a studi di architettura.

Costruisce ad Asti e ad Alessandria dove, nel 1730, realizza il palazzo dello zio marchese Tommaso Ghilini e, grazie forse allo Juvara, del quale subisce una notevole influenza, lavora per la corte sabauda.

Nel 1736 Carlo Emanuele III lo incarica di portare a termine il Teatro Regio di Torino, nominandolo nel 1739 "primo architetto civile del re di Sardegna".

Sempre a Torino in numerosi rifacimenti di interni, fra i quali si citano alcune stanze e gallerie nel Palazzo Reale e nel palazzo Isnardi di Caraglio (1739), dimostra una notevole conoscenza dei modelli rococò francesi.

Lavora inoltre ai palazzi Chiablese (1736-40), Morozzo della Rocca (1748), Asinari di San Marzano (iniziato nel 1741), e costruisce l'ala meridionale del palazzo del Senato (1741-48).

Fa disegni per una riforma del duomo torinese, per un ampliamento di palazzo Madama, della palazzina di Stupinigi e per una ricostruzione del castello di Chambéry.

Nel 1753 la Fabbrica Lapidea della Basilica di San Gaudenzio di Novara gli commissiona il progetto per la realizzazione del Campanile. Realizzazione che viene portata a termine nel 1786, dopo la morte dell'Alfieri.

Dal 1757 al 1771, quattro anni dopo la sua morte, si protrae la costruzione del duomo di Carignano, la sua opera più originale per la sorprendente pianta a ventaglio, per la facciata concava lasciata rustica e per la persistenza di richiami guariniani; mentre nei palazzi Ottolenghi ad Asti e Sormani a Milano e nella facciata del duomo di Vercelli (1753-60) si fa strada una tendenza verso una ufficialità classicheggiante.

Alfieri si occupa anche di urbanistica, soprattutto a Torino con il progetto del 1756 per una piazza all'incrocio fra Via Milano e Via Garibaldi.

Per la città di Vercelli presenta, nel 1761, un progetto di riassetto urbanistico generale.


Giovanni Agnelli (Villar Perosa, TO, 13.8.1866 - Torino, 16.12.1945) fu il capostipite della famiglia imprenditoriale torinese Agnelli.

Divenne ufficiale all'accademia militare di Modena e iniziò la sua carriera nel Savoia cavalleria. Nel 1889 sposò Clara Boselli dalla quale nacquero Edoardo e Aniceta.

Sviluppò un interesse per la meccanica che lo portò, senza grossi risultati, ad alcuni tentativi imprenditoriali nel campo.

Nel 1893 lasciò l'esercito per tornare a Villar Perosa con l'intenzione di dedicarsi all'attività di famiglia, l'agricoltura; intraprese il commercio di legnami e sementi, fu nominato sindaco di Villar Perosa e restò in carica per mezzo secolo.

A Torino, dove si trasferì, frequentò il caffè Burello dove conobbe alcuni aristocratici appassionati di meccanica e di automobilismo. Assieme ad alcuni di loro, con il capitale ricavato dalle attività agricole, nel 1899 fondò la Fabbrica Italiana Automobili Torino (conosciuta poi come FIAT).
Inoltre, Agnelli finanziò la sperimentazione di tricicli a motore, fondò la "Roberto Incerti<C. Villar Perosa" per produrre cuscinetti a sfera, dove costruì la prima stazione sciistica italiana al colle del Sestriere ecc.

Il successo negli affari di Agnelli fu purtroppo funestato dalla morte dei figli, Aniceta nel 1928 ed Edoardo nel 1935, vittima di un incidente aereo all'idroscalo di Genova, che era avviato alla carriera del padre. Lo sconforto spinse Giovanni Agnelli ad abbandonare le attività imprenditoriali ma il parroco del paese lo convinse a cambiare idea.

Gli anni successivi, fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, registrarono un notevole sviluppo delle imprese familiari e il nipote Gianni, figlio di Edoardo, venne designato successore di Agnelli alla guida delle aziende. Dopo la guerra Agnelli venne accusato di compromissione col regime fascista e privato temporaneamente della proprietà delle sue imprese. Poco tempo dopo morì.


Gianni Agnelli (Torino, 12.3.1921 - Torino , 14.1.2003): Giovanni Agnelli "piccolo", detto Gianni e soprannominato "l'Avvocato", fu un grande industriale ed imprenditore italiano, comproprietario e dirigente della Fiat.

Gianni Agnelli è figlio di Edoardo e di Virginia Bourbon del Monte, ma soprattutto è il nipote dell'omonimo senatore Giovanni Agnelli;
da questi ereditò il comando dell'azienda di famiglia nel 1966, dopo un periodo di "reggenza" da parte di Vittorio Valletta, poiché suo padre Edoardo era già morto in un incidente aereo.

È proprio Valletta, allora uno degli ultimi superstiti della fondazione, ad instradare il giovane Gianni alla conduzione di un'azienda tanto delicata quanto strategica e ad istruirlo specialmente sui rapporti con il mondo della politica.

Gianni Agnelli portò la Fiat a crescere sino a divenire la più grande impresa italiana, ed una fra le maggiori case automobilistiche d'Europa; parallelamente sviluppò anche le aziende collegate e minori, con società operanti anche nel settore della tecnologia militare e strategica. Agnelli e Fiat sarebbero presto divenuti un tutt'uno nella comune accezione: Agnelli voleva dire Fiat e, soprattutto, Fiat voleva dire Agnelli.

Nel periodo bellico si laureò in giurisprudenza all'Università di Torino, dopodiché venne arruolato in un reggimento di carristi ed inviato verso il fronte russo e poi su quello nord-africano, dove rimare ferito; dopo l'armistizio diventò ufficiale di collegamento con le truppe alleate. Agnelli aprì fabbriche Fiat in tutto il mondo, dalla Russia (allora Unione Sovietica) al Sud America ed intraprese un intreccio di alleanze e joint-venture (come, ad esempio, quella dell'Iveco) che segnò un punto di svolta della mentalità imprenditoriale dell'epoca. Negli anni '70, durante la crisi petrolifera, cedette alla Lafico, una compagnia libica riconducibile al colonnello Gheddafi, una quota pari al 10% delle azioni della Fiat, che ricomprò poi anni dopo.

Gianni Agnelli entrò spesso in conflitto con le forze politiche e soprattutto coi sindacati.
Ebbe la meglio definitivamente dopo lo sciopiero generale degli anni '80, che fu interrotto dalla "marcia dei quarantamila": quarantamila lavoratori che a un certo punto rientrarono in fabbrica e ripresero il lavoro.

Questa azione segnò un punto di svolta ed una brusca caduta del potere fino ad allora detenuto dai sindacati in Italia, che non ebbero più, in seguito, una simile influenza sulla società e sulla politica nazionale.

Agnelli fu nominato senatore a vita nel 1991, e si iscrisse al Gruppo per le Autonomie; fu ammesso alla Commissione Difesa del Senato.

Al principio degli anni 2000, Agnelli stabilì con l'americana General Motors un'intesa che prevedeva un progressivo ingresso del capitale straniero nella Fiat.

La recente crisi economica del settore auto del Gruppo Fiat trovò Agnelli già in lotta contro il cancro, ed egli poté partecipre solo in minima parte agli eventi.

La figura di Gianni Agnelli fu anche intimamente legata alla storia della Juventus, la squadra di calcio del capoluogo piemontese: pare che ogni mattina, alle 6, dovunque si trovasse e qualsiasi cosa stesse facendo, telefonasse al celebre presidente Giampiero Boniperti per sapere come andava la situazione.

Agnelli, soprannominato "l'Avvocato" sebbene non abbia mai intrapreso la carriera forense, rappresentò la figura più importante e insieme più prestigiosa dell'economia italiana, un simbolo del capitalismo durante la seconda metà del XX secolo, tanto da essere considerato da alcuni come il vero re d'Italia. Un uomo colto, dotato di un senso dell'umorismo sui generis, fu probabilmente l'italiano più noto all'estero, legato da relazioni di profondo spessore con banchieri e politici internazionali.

Nel 2002 lasciò alla città di Torino un immenso patrimonio di quadri, devolvendo la sua straordinaria pinacoteca alla fruizione dei cittadini.

Il 24 gennaio 2003 Gianni Agnelli si spegne dopo una lunga malattia.


Umberto Agnelli (Losanna, 1.11.1934 - Torino, 27.5.2004): importante imprenditore italiano, fu anche presidente della FIAT dal 28 febbraio 2003, subito dopo la morte del fratello Gianni, che aveva a lungo affiancato nella conduzione della casa automobilistica torinese. Negli anni '70, Agnelli era stato senatore della Repubblica nelle fila della Democrazia Cristiana.

Come alto dirigente della FIAT ha avuto a lungo il controllo su primarie imprese editoriali e sulla società calcistica torinese Juventus.

Umberto Agnelli nasce a Losanna in Svizzera, ultimo di sette fratelli, da Edoardo Agnelli e da Virginia Bourbon del Monte. Orfano di padre ad appena un anno, perse la madre all'età di undici; il fratello Gianni, maggiore di tredici anni, capofamiglia designato, sarà per lui come un padre.

Laureatosi in Legge, Umberto diventa a neanche ventitre anni presidente della Juventus e nel 1959 viene eletto presidente della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio).

Agnelli è stato sposato due volte: una prima con Antonella Bechi Piaggio (della famiglia di imprenditori che ha ideato lo scooter Vespa), da cui ha avuto un figlio (Giovanni Alberto) detto Giovannino, morto anch'egli di cancro nel 1997); ed una seconda con Allegra Caracciolo, cugina di Marella Caracciolo, moglie di Giovanni Agnelli, dal cui matrimonio sono nati due figli, Andrea ed Anna.

Il 27 maggio 2004 muore di cancro nella sua residenza della Mandria, vicino a Torino, assistito dalla moglie e dai due figli.

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